Intervista a Loredana Messina: insegnante di sostegno

L’insegnante di sostegno è una figura chiave per molti dei nostri ragazzi. Parliamo infatti di un docente specializzato  che viene assegnato alla classe dove è presente un alunno disabile per aiutarlo nell’inclusione. La presenza di questo ragazzo, infatti,  richiede esigenze educative con specifici insegnanti qualificati. Questa figura è stata introdotta nella nostra scuola oltre 40 anni fa con la Legge 4 agosto 1977, n. 517, articolo 7

Ringrazio Loredana per aver accettato il mio invito a raccontarsi e a raccontare la sua esperienza in questo ruolo così delicato.

Con chi sto parlando

Loredana si è laureata all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria in “Scenografia” nel 1991 iniziando ad insegnare un paio d’anni dopo (per arrivare solo dopo 20 anni di insegnamento ad avere un contratto a tempo indeterminato!). La specializzazione nel sostegno avviene nel 2005 a cui seguono diversi corsi di perfezionamento post laurea sulla sua materia e sull’integrazione.

Duranti questi anni di insegnamento ha potuto visitare diverse realtà avendo insegnato in diverse regioni italiane: dalla Lombardia alla Calabria e dalla Sicilia al Piemonte!

L’intervista

Perché hai scelto di prendere la specializzazione sul sostegno?

Sono sempre stata una persona aperta agli altri: ho iniziato attività di volontariato già a 15 anni nella parrocchia del mio quartiere. Quando ancora studiavo, mi sono occupata di bambini e adolescenti facendo catechesi e svolgendo attività insieme ad altri animatori. Mi sono presa cura di anziani, entrando in punta di piedi nelle loro case ed ascoltando i loro insegnamenti, il loro vissuto, mentre sbrigavo per loro semplici faccende. Sono stata volontaria nelle case di accoglienza per i senzatetto dove preparavo da mangiare e pulivo le camere.

Dopo essermi laureata, ho iniziato ad insegnare e l’esperienza mi è piaciuta moltissimo, infatti ho capito che quella era la mia strada e questo mi ha portata a studiare tanto perché insegnare comporta una grande responsabilità. Dopo diversi anni di supplenze a singhiozzo ho superato un concorso che mi ha permesso di abilitarmi sulla disciplina. Tutto bene, ma non ero soddisfatta: malgrado le mie letture, i miei studi, i miei percorsi, desideravo saperne ancora, così ho partecipato ad un corso universitario per specializzarmi sul sostegno presso l’Università degli studi di Messina, che ho superato con successo. Ma ci tengo a precisare che è stato amore a prima vista! Ho capito che quella sarebbe stata la mia strada.

Per fare un lavoro così delicato, secondo te quali caratteristiche, qualità personali bisogna avere?

Per fare un lavoro come questo bisogna avere diverse qualità, in primo luogo quello di non sentirsi mai formati abbastanza. Studio sempre e mi confronto in continuazione con i colleghi. Pianifichiamo metodologie, strategie diverse fino a quando non riusciamo a trovare quelle che più si addicono alla situazione. Ogni studente è un caso a sé sia per il vissuto, sia per il contesto in cui è cresciuto, sia per come recepisce la sua disabilità.

In secondo luogo, l’insegnante di sostegno è un vero “mediatore”, in particolar modo nei riguardi della costruzione dell’individuo, poiché la mente si forma in strutture organizzate, in schemi interpretativi che permettono all’individuo di comprendere la realtà. Quindi è importante che il docente comprenda tali schemi; il comportamento, derivante dalle riflessioni individuali; dallo stile di attribuzione, pessimistico o ottimistico, mostrato durante il percorso formativo; dalla consapevolezza che ha lo studente dei suoi punti di forza e di debolezza.

Mediare significa individuare momento per momento le relazioni d’aiuto, in modo tale che si possano creare le condizioni che facilitino la crescita della persona e lo sviluppo della sua personalità e delle sue capacità. Si tratta di comprendere quali siano le situazioni che possono aiutare maggiormente il soggetto e di impegnarsi nel costruirle, organizzando situazioni formative stimolanti, attraenti, appassionanti, eliminando gli ostacoli di varia natura che possano opporsi alla crescita dell’individuo: fisici e naturali, cognitivi, affettivi, emotivi e così via.

In terzo luogo, l’insegnante tecnico dovrebbe favorire e semplificare la costruzione dei rapporti umani tra lo studente e l’insegnante stessa, tra lo studente e gli altri membri della classe, tra lo studente e gli insegnanti curriculari. E poi pazienza, comprensione, apertura, accettazione, accoglienza, disponibilità, fermezza e chi più ne ha più ne metta!

Infine concludo dicendo che deve sapere leggere il “Profilo Dinamico di Funzionamento” rilasciato dalla Neuropsichiatria dove vi è scritta l’anamnesi dello studente. E’ fondamentale questo, perché l’insegnante comprenda le difficoltà e diventi un supporto, un ponte per la mediazione tra l’informazione e l’interiorizzazione delle conoscenze.

L’insegnante di sostegno, a differenza di altri professionisti come gli assistenti alla comunicazione e alle autonomie, non è ad personam, ma sulla classe. Molti genitori, però, pensano che in realtà quest’insegnate, per il quale spesso loro hanno dovuto lottare, dovrebbe occuparsi solo del loro figlio. Come si riesce ad “essere sulla classe” ma anche aiutare il singolo?

E’ vero! Si potrebbe pensare in maniera individualistica, ma chi ricopre questo ruolo non può girarsi dall’altra parte di fronte alle difficoltà di altri studenti. La collaborazione tra insegnanti è fondamentale. Lo studente assegnato non viene lasciato a se stesso. C’è una parola fondamentale che noi adulti abbiamo imparato molto bene ed è “contemporaneamente”. Mentre lo studente effettua una verifica, l’insegnante di sostegno, in collaborazione con il curriculare, dedica del tempo ad altri studenti. Durante un’interrogazione, l’insegnante stimola altri allievi facendo inferenze con altre discipline, oppure quando si interviene con un rapporto diretto per supportare la comprensione su un argomento, si fa partecipe anche chi ha necessità. Non si toglie nulla allo studente, ma ci si arricchisce tutti

Che rapporto si instaura con gli alunni che necessitano il tuo aiuto?

Un rapporto di stima e fiducia. Se i rapporti sono ben costruiti, sono i ragazzi che vengono da te e ti chiedono; a pensarci bene, sono anche gli altri studenti del gruppo classe che si avvicinano per un confronto, per una riflessione. La difficoltà nasce quando questo bel rapporto non si forma.

Com’è il rapporto con i genitori dei ragazzi? Si riesce a creare una collaborazione scuola-famiglia?

Ogni tipo di rapporto è sempre delicato da instaurare. Ci sono genitori che hanno accolto ed accettato le difficoltà del figlio e quindi sono collaborativi; altri che non le accettano e quindi bisogna sopperire; altri ancora negano totalmente e credono che i neuropsichiatri si siano sbagliati e pretendono che il figlio faccia una prestazione super, per smentirli. Ed in questi casi cosa fare? Non è semplice! Proprio no!

Mi piacerebbe finire questa intervista con una citazione di Feuerstein che condivide un pensiero di Bruner: “L’esperienza di apprendimento mediato non è solo per le persone in situazione di handicap: è per tutti noi, dal momento che è l’esperienza di apprendimento mediato che ci rende esseri umani”.

Grazie Loredana per aver condiviso la tua esperienza e averci fatto conoscere di più le difficoltà che un insegnante di sostegno incontra tutti i giorni.

Se hai qualche domanda da porre a Loredana, non farti scrupoli: scrivi qui sotto o sulla pagina facebook di Strategie BES

1 commento

  1. Valentina Galletti

    5 mesi fa  

    Salve, vorrei sapere da dove è stato tratto il commento di Bruner a proposito dell’eam. Grazie.


A te la parola

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